Poesie da “L’Aspro e il sublime”

VIII

Non chiedermi di cantare

Come un poeta che intesse il canto d’amore.

Chiedimi di essere

Io stessa la rugiada che cade a lente gocce

Dal fiore di magnolia

Sospeso tra un ramo e il cielo

un attimo solo a rendere lieta la sera.


Non chiedermi di ardere più

Che il mio lume è spento, tutto ora giace.

Sii tu per me luce, o Silenzio

Perché Dio, o Settimo Giorno, in te riposa

E tace. Come velluto denso

Scenda una notte immensa a darmi pace.


Non leggere oltre amico

Che lieto solchi le sponde del giorno

E cammini ignaro

Di chi ti sta accanto. Il mio volto più bello

Ti accompagni e ti appaia

Quando da lungo tempo avrò fermato il passo

Mentre tu vai ancora.


E ti parli di infinito stupore

Di meraviglioso dono

Il volgerti indietro per chiamarmi

Il tendere la mano per dire: “Vieni!”

Per scorgere solo il candore

Di un fiore che lascio a terra

Perché tu capisca di avermi amato.

Poesie da “L’aspro e il Sublime” – Anonimo del XXI Secolo (Alias Maria Caruso)

Quando ho ripreso a scrivere per un’esigenza personale di esprimere il dolore lancinante delle mie emicranie notturne, non avevo fatto i conti con il fatto che stavo metabolizzando l’ispirazione attraverso il mio corpo.  I pensieri volevano semplicemente assalirmi per essere messi sulla carta, non potevano nè volevano più restare dentro il cervello infiammato dall’artrite psoriasica, quasi come se avessero volontà propria.

Sentivo la scatola cranica restringersi intorno alla mia anima la notte, e ribellarsi al vortice dei pensieri. La scatola cranica voleva espellere quello che pensava fosse veleno.

Non so se ho usato un linguaggio, o se un linguaggio ha usato me. Alcune cose sono uscite fuori in modo tagliente e violento, non smussato. In altri scritti, ho cercato un linguaggio essenziale e contemporaneo. Ma ci sono anche alcuni momenti in cui penso di aver cantato in un linguaggio più antico, assimilato fin dall’infanzia, che talvolta si serve del suono, come della rima o l’allitterazione, per trasmettere un desiderio di pacata bellezza.

Forse a chi legge con occhi post moderni, come i miei d’altronde, questi momenti più lirici sembreranno scorie del passato. E’ per questo che scrivo questa breve apologetica. Sì, anche a me sembrano ossa, pietre, archeologia. Eppure, essendo figlia di un mondo archeologico, non sono scontenta di questo.

In un certo senso, spero che in alcuni momenti l’idioma sfuggito al delirio della mente e dell’anima che chiamiamo poesia possa ricordare più da vicino la poesia antica che ogni altra forma. I versi dei poeti latini mi hanno sempre catturato più di molti altri per la semplicità elegante, vera, bella.


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