Randagia e altre storie

Ultimamente, Randagia appare spesso nei miei pensieri.

Sembra che questo romanzo voglia essere scritto, ma continua ad essere camaleontico e trasformista. Randagia cresce, il suo personaggio diventa fortemente autobiografico, ma il mondo che creo attorno a lei non può esserlo fino in fondo.

Gli altri personaggi, per quanto possano essere ispirati a persone reali, non sono altro che una proiezione. Sono quello che io penso di queste persone. Scrivo intuitivamente, e a volte colgo nel segno, ma non ho la chiave delle anime, nè vorrei mai averla.

Chi scrive non è nell’anima delle persone che ispirano i personaggi del romanzo, ma li descrive cogliendone aspetti interessanti con occhio attento, in un certo senso, gli offre un’altra anima, nuova e simbolica.

La Storia di Randagia è semplice, il movimento avviene nello sfondo della vicenda ed è accennato velocemente, è cosmico, grande e devastante. Invece la quotidianità, l’adattarsi alla nuova vita “senza armadi” per Randagia è una lotta contro una pesantezza che la pietrifica, ed è fatta di piccoli movimenti e di impressioni interiori si cose apparentemente insignificanti.

Tra le grandi catastrofi cosmiche e le piccole prigioni quotidiane, avviene lo scontro di due universi: Randagia è una donna che ricorda un quadro del Cinquecento, è un Tiziano vivente, ed è un’anima contemporanea, cinica, stanca di migrare, che ha vestito troppi ruoli, è artista, è stata donna in carriera, ma è effettivamente solo una donna malata di cancro spirituale e molto stanca.

Antonio invece è un uomo freddo per vocazione: è un religioso, sano, semplice, diretto, ed ha una visione estremamente chiara della realtà. Si costringe ad indossare una corazza di freddezza interiore perchè ha veramente paura di infrangere i suoi voti. Ha creduto in ideali forti fin da ragazzino, ed è passato dall’infanzia al convento senza lotte e sconvolgimenti. Ma si risveglia uomo in un mondo spietato e bigotto, e raccogliendo le inevitabili delusioni dei cinquant’anni, si rassegna ad una vita interiore smorta.

E’ l’incontro con Randagia che lo risveglia dal torpore. Randagia è pagana, in ultimo. La donna selvatica che correrebbe nuda nel deserto per fare sesso con Dio risveglia in lui le memorie del sangue passionale che ha represso in una devozione infantile per paura dell’impulso alla violenza. L’uomo, che è frate, è combattuto tra l’essere consapevole che l’anima selvaggia della donna è più vicina a Dio degli orpelli religiosi che lo circondano, tra la voglia di rivelarsi e superare le barriere e le paure che lo hanno tenuto schiavo di una sessualità colpevolizzante e negativa, e tra la voglia di superare anche questa apparente pulsione per trovarsi davvero nudo d’avanti ad un’altra anima e per poter rivelare il suo spirito ben oltre le confessioni un po’ false tra preti.

In realtà, la vicenda non è una storia d’amore. E’ una parabola sull’incontro di mondi lontanissimi.

La storia è un saggio sulla moralità e sull’immoralità, uno studio sull’ipocrisia e sulla spiritualità. In contrasto ad una religione moralista, grigia, bigotta, da Monsignori chiesastici, appare chiaro che il mondo di Randagia, che infine trascina Antonio in una rinascita della ricerca di Dio, è un mondo diretto, mistico, in cui Dio appare intimamente coinvolto in un rapporto con la donna.

Dio si presenta come l’amante, sconvolge tutto della vicenda. Mette a nudo con grande realismo le cose che gli ipocriti vorrebbero nascondere a sè stessi, e al passaggio della sua creatura, Randagia, provoca il cambiamento nel mondo delle piccole creature moraliste – lo scandalo non avviene però per i comportamenti di Antonio e Randagia, che non sono amanti, ma per la loro relazione spirituale.

Una relazione spirituale controversa, che indaga nel fondo dell’animo umano partendo dalla sessualità e compiendo un cerchio nella scoperta che il sesso racchiude una realtà semplice e potente su cui si basano vita, felicità, strutture sociali, ideali individuali, e infine anche il rapporto con Dio.

Nello scrivere, sto operando un taglio netto tra quello che sarà autobiografico nelle sezioni riguardanti il passato di Randagia, e quello che invece diviene la narrazione di un presente-futuro, che è opera di fantasia. Presto a Randagia alcune esperienze, alcune lezioni vissute, un po’ di sangue e colore. Ma poi Randagia e Antonio saranno interamente nel territorio dell’immaginario nell’epilogo della loro vicenda.

Infatti, ciò che avverrà ad un certo punto della storia, farà insorgere un dilemma morale, soprattutto su fino a che punto un rapporto che nasce come “istituzionale”, “professionale”, come può essere il rapporto con un medico ad esempio, può spingersi a divenire un rapporto  di profonda e vera amicizia ed amore.

C’è una barriera invisibile che impedisce al personaggio di Antonio di rivelarsi e di permettere che il rapporto con Randagia sia su basi totalmente egalitarie di onestà.

Fare questo, per Antonio è il salto nel buio, ed in ultimo, la dimensione della vera fede in Dio: lasciarsi vedere nella sua debolezza, diventare veramente povero in una spogliazione che non era ancora mai avvenuta per lui, paradossalmente, significherà fidarsi di Dio, che lo ha creato semplicemente uomo e non frate.

Il romanzo procede, quindi.

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